Strano il modo in cui è entrata nella mia vita,penso mentre è davanti a me,col suo caffè,e i granelli sul tavolo verde smaltato.
Accarezzo uno dei graffi,nel silenzio più assoluto. Poi lei si alza,prende tazzina e cucchiaino,li lascia sul fondo del lavandino,lascia scorrere un secondo l’acqua,poi chiude il rubinetto,prende una spugna gialla e la passa lentamente sul tavolo. Vedo ancora i suoi occhi persi nel vuoto e sento ancora la voce febbrile e dolcissima che mi racconta “una delle sue”. La spugna torna nel lavandino,lei si gira,mette a posto la sedia. E’ una tortura. Un nodo stretto non riesce a sciogliersi,è una morte lentissima. Rimane ferma,poi mi guarda negli occhi e sorride. Fine.
In quella luce felice ritrovo per un attimo l’inizio e la fine di tutto,la risposta a un paio di domande irrisolte da sempre. Ma è un attimo,sparisce in fretta. Lei torna nella sua stanza.
Rimango solo col ricordo di un calore microscopico e bellissimo,e la sensazione di aver perso l’ennesimo treno. Rimango solo con il silenzio attorno,e tutti quei segni su di me. Segni per ricordarmi chi sono,e chi ho attorno. Lei,su di me,non c’è.

Quella mattina d’agosto. Dormivo da tre ore,avevo suonato,cantato,bevuto,ballato per le ore precedenti. Mi ero commosso ad ogni applauso,ad ogni dedica,e alla fine per ogni mano che avevo stretto. Avevo ringraziato gli amici,sempre presenti e sorridenti in prima fila,lì sotto di me. Avevo ringraziato un qualche dio sconosciuto per quella fatica che era vita,e per il calore che scioglieva tutte le mie preoccupazioni in una danza frenetica,davanti a me. Mi ero addormentato senza pensare a nulla,per una volta.
Poi nel sogno,un trillo,qualcosa. Lei. Lei nel mio cellulare,lei nel mio orecchio.

Va bene. Fine delle trasmissioni oniriche,sigaretta,la prima della giornata,troppo vicina all’ultima della notte. Caffè,doccia e un po’ d’ordine per non farla scappare via subito.

Ma lei non scappa. Lei arriva e suona il campanello,ed è lì davanti a me con un sorriso ancora sconosciuto,sul pianerottolo,in un paio di jeans normalissimi,e una maglietta nera. Ciao.

Jeans normalissimi e maglietta nera,si muove discreta per le stanze,guarda tutto,seria seria,poi si gira,guarda seria anche me,sorride.

E’ facile vedere una luce di gioia in quella giornata caldissima,con gli occhi gonfi e la pancia vuota. E’ una poetica abusata,quella dell’inizio,quella della prima battuta,è poesia per bambini ingenui,lo ammetto.
Ma voi non eravate dentro quella scena.
Lei accende il mio stereo,e dice

Ed è in quell’inizio,l’inizio del noi.